Le procedure in uso per queste opere di Fausto Roma appaiono sbalzate in alto rilievo; e sono forti sintomi premonitori, e divengono segnali indiscussi.
In queste opere, infatti, gli ingrandimenti modulari a stampa di fotografie satellitari fungono da supporto, e quasi da ordito, sul quale l’autore interviene con i tratti decisi e i colori squillanti degli acrilici, così “aggiungendo” e disegnando la trama che gli appartiene, che è sua; e quanto si ottiene dalle conquiste straordinarie della ricerca e dalle sue applicazioni tecnologiche – quanto sa scorgere e cogliere e fissare l’occhio acuto, panoramico e penetrante, della scienza – torna ad incontrarsi virtuosamente con il talento, artigianale e tutto umano, di base all’espressività artistica. Il moderno si risposa con l’antico.
Ciò è da sempre nell’esperienza di Fausto Roma, “grandangolare” e diramata in una pluralità di generi, che si fonda sulla versatilità manuale, sulla voglia matta di reimpiego e di sperimentazione dei materiali, sulla assimilazione di svariati strumenti operativi di modo che non si frappongano argini costrittivi alle possibilità di compimento e di perfezionamento autoriali: una esperienza che si orienta risoluta verso quella che potrebbe essere definita umanizzazione, o conversione al principio del piacere, o liberazione estetica della tecnica.
Ma ciò, particolarmente in queste opere, sortisce effetti di grande spessore ed ha accentuati risvolti semantici.
Non diciamo soltanto del fascino dei colori, qui come in festa, e della avvolgenza delle forme con i rombi e le spirali, le strisce e i filamenti, le isoipse e le curve di livello che sciamano e che “sciarpano” sinuose e danzanti.
Diciamo anche e soprattutto del lavoro ipertestuale sull’ipotesto fotografico, del rifacimento rimodellante della texture, della marcatura delle linee e della loro puntualizzazione perliforme, della costruzione a graticcio di un testo secondo su di un testo primo: diciamo che è in atto e si rende produttivo un sistema mobile di correzioni, di riporti, di velature, di esposizioni, di sottolineature inveranti, di sviluppi proiettivi, di variazioni abrasive, di diffrazioni, di sezionamento da mappa o da carta geografica con le coordinate appropriate e insomma – come per impulsi e sotto suggestioni da estro armonico rinascimentale – di ricomposizione complice e felice di tecnologia e di immaginazione, di scienza e di fantasia, di cibernetica e di fantasmi: affiora e si conferma e vive sulle tele di Fausto Roma, in virtù di pratiche siffatte, una gamma molteplice di corrispondenze che fanno pervi e comunicanti i territori della realtà altra da noi – quella che intendiamo convenzionalmente per oggettiva – e gli spazi e gli ambiti e i recessi nascosti della soggettività.
Sulla città o su quel che di essa si percepisce nel gioco tra concavo e convesso delle riprese aeree, sulle fasce diversamente colorate dei terrazzamenti e dei coltivi e dei corsi d’acqua delle nostre terre, sul ritorno a materia preistorica e più ancora magmatica che la natura inaccessibile vista da un occhio lontanamente orbitante sembra suggerirci, ridistribuendosi in conglomerati astratti, si portano le coloriture che Fausto Roma come magicamente ritrova e conduce e ritaglia per memoria involontaria di stoffe andine, e le figurazioni etniche che gli vengono dal profondo e che egli favorisce sospinte dalle forze endogene dell’io e del nostro immaginario collettivo, e gli elementi e gli algoritmi simbolici che egli enuclea nella loro purezza geometrica a ricapitolare l’arké o le fonti primarie della vita, e gli slanci totemici che egli asseconda e dai quali si evince la ricerca insopprimibile del sacro, e le gemmazioni filamentose non dissimili dalla catena genomica umana, e gli arabeschi anamorfici che contengono la misteriosa esteticità espansa nell’universo tra ordine e caos.
E dunque, tra arte povera che sa di Gestalt ed induzioni optical che accolgono riflessi di action painting, tra fotografia di premessa al concettuale e suggerimenti di trimidensionalità da installazione, o da gruppo di scultura-ambiente, e discoperte e messe a nudo di radici antropologico-umane dell’arte, per essa originarie e inaugurali e della sua socialità garanti, pertanto incancellabili, tra innovante puntamento analitico e restituzione della centralità della memoria, Fausto Roma presta queste sue opere a riannodare e rilevare una trama di analogie tra l’uomo e il cosmo, tra la sua storia e la vicenda infinita, che risale a prima di qualunque tempo, del mondo che abitiamo. Tra noi e i nostri fondamenti, tra la terra che ci accoglie e la terra che in noi e fuori di noi modelliamo.
A tessere, a modulare l’intreccio fa spola, e passa e ripassa, la sua linea fasciante e avvolgente, spesso rimarcata plasticamente da una sequenza di punti: un filo di una collana ideale che unisce e che non ammette soluzioni di continuità, una teoria preziosa di perle di luce.

