Gli ultimi due anni sono stati particolarmente intensi e produttivi per Fausto Roma: prima la grande rassegna romana degli Horti Sallustiani, quindi questa scultura-parete così impegnativa che viene presentata nei saloni monumentali di Palazzo Venezia consacrando meritatamente il nostro scultore come uno dei più fecondi e innovativi del panorama artistico contemporaneo.
In effetti difficile è poi stabilire se Fausto Roma sia più scultore che pittore, o piuttosto ancora orafo, artigiano, poeta, narratore, archeologo, dato che le sue pitture sono spesso multidimensionali come statue e le sue statue colorate come pitture; i suoi gioielli sono in realtà sculture in miniatura e le sue sculture gioielli in scala gigante.
Tra gli artisti nati in piccoli centri e a questi rimasti legati anche dopo essere divenuti famosi vi sono numerosi esempi, a partire da quello di Umberto Mastroianni, sempre per rimanere nella terra di Ciociaria, ma si tratta quasi sempre di artisti che la fama se la sono conquistata al di fuori del paese natio, mentre è assai più raro il caso di coloro che si sono affermati facendo dell’essere “provinciali” una delle ragioni stesse della propria poetica. Fausto Roma appartiene a questa ristretta categoria, come proprio questa Grande Parete conferma ad abundantiam. Opera nata su commissione e concepita proprio in funzione del luogo in cui doveva sorgere, una fabbrica situata nella zona industriale di Ferentino, questa megascultura prende proprio lo spunto dalle mura ciclopiche che circondano molte città della Ciociaria. Del resto, lo studio del territorio, l’interesse antropologico contrassegnato sia dalla meditazione sull’importanza della forma, sia sulla finalità che la unisce all’uomo, alle sue azioni, a quelle della sua quotidianità, hanno animato sempre le opere di Fausto Roma e la scelta di riprodurre le mura megalitiche nasce proprio, come si diceva, dallo studio del sito di Ferentino ove l’opera è stata collocata.
Da sempre, come un vecchio trovarobe, Fausto Roma ricerca, trova, assembla, ricrea reperti della civiltà contadina, ovvero botti, rastrelli, anfore, selle, li riutilizza in combinazioni che divengono altro da quello per cui erano stati concepiti, ossia pure forme d’arte. Ora il suo interesse si è spostato anche verso i prodotti della civiltà industriale, dal momento che l’era del consumismo ha generato un tipo di società che produce enormi quantità di rifiuti e tende a non riutilizzarli, rischiando di esserne travolta. Da questa situazione di emergenza, la necessità dello smaltimento e del riutilizzo dei materiali più disparati ha interessato nel corso degli anni numerosi artisti che sono andati alla ricerca di questi reperti da far divenire “altro” attraverso l’azione purificatrice dell’arte. Ma gli esponenti del Nouveau Realism, come César o Arman, cui soprattutto mi riferisco sono alla fine rimasti ingabbiati nei meccanismi di quella civiltà capitalistica di cui denunciavano gli eccessi, per cui le loro opere vengono ormai riprodotte in serie come un qualsiasi oggetto di arredamento industriale. Fausto Roma invece mantiene la purezza dell’antico artigiano anche quando recupera i rifiuti della civiltà industriale, ovvero le lattine, la carta, i frammenti metallici, i pezzi di auto, e come un faber alchimista si appresta a fornirci una prova tangibile di come si possa trasformare lo sterco in oro, secondo l’antico sogno dei seguaci di Ermete Trismegisto, realizzando ad arte e con arte questa scultura che, quasi come un Ciclope ribelle, sfida le mura di Ferentino con le sue enormi dimensioni. E se già in riferimento ad altre sue opere notavo come esse acquistassero il tono incalzante di una fuga di Bach o di una cantata di Haendel in quest’ultimo caso hanno la possente e straripante sonorità dei Carmina Burana di Carl Orff.

