Fausto Roma ricorre ad un simbolo che, parafrasando l'analisi di Fromm, "sta al di fuori di noi stessi" ma che simbolizza l'energia di un "qualcosa che sta dentro di noi stessi". E' un'energia tradotta dall'artista in forme di immagini affidate ora alla pittura, soprattutto con le opere degli anni novanta, conse-gnando alla forma e alla materia la possibilità di tradurre l'energia vitale di un corpo, ossia di una presenza concreta e viva del proprio tempo. E' un'esperienza riassunta con estrema lucidità nella mostra "Gli Ori della vita". In questa occasione, la pittura e la scultura si ponevano in un rapporto di connessione o, meglio, di correlazione immaginativa, sobillando reciproci attraversamenti narrativi sul tema della nassa: Fausto Roma provava difatti ad interpretare in senso plastico, quale composizione oggettuale, una forma "arcaica", assunta come archetipo, elemento compositivo la cui origine poteva sollecitare, all'immaginazione, nuovi viaggi. Il risultato, sul quale ancora oggi in parte l'artista lavora, sono immagini attinte alla sfera di una narrazione semplice, dando ad essa il significato di racconto strutturato da pochi ed essenziali elementi che spesso si ripetono, articolati uno nell'altro, seguendo la sintassi della fiaba popolare, propria del bacino mediterraneo. Sono esperienze queste, come d'altronde le sculture eseguite a partire dal 1995 segnate da una cifra decisamente arcaica e primaria, ove è presente il richiamo ad una sorta di allegoria del primordio. V'è in modo particolare il tentativo di approfondire il rapporto fra segno e forma, fra materia e spazio, soprattutto, fra corpo e simbolo. In tal senso il ricorso, quindi, ad un immaginario primitivo, a forme desunte dai dilatati registri delle culture aborigene è servito per facilitare quel processo di sintesi al quale oggi l'artista è pervenuto. La mano creativa di Fausto Roma, una mano che avvicina, quanto più possibile, la forma, la figura al cuore, alla sfera impalpabile delle emozioni, vale a dire apre un varco verso il mondo magico, verso quei territori ove la coscienza "comprende il proprio esistere o il proprio essere". L'Albero della Pace è l'espressione più alta del disegno architettonico della Natura: è il remoto tempio abitato da un dio, il simbolo della fertilità (della creazione e della perpetua rigenerazione), della crescita della famiglia, di un popolo, come l'albero del sogno di Nabucodonosor nel racconto del profeta Daniele. Fausto Roma mira ad attualizzare il dettato narrativo del simbolo, facendo ricorso all'animazione, cioè alla possibilità di far muovere (su piani orizzontali, cioè disponendo "le braccia" dell'anima nel vento del tempo) i segni, immaginandoli quali suoni, parole, nonché puntando ad una sorta di schema compositivo attinto al repertorio dell'immaginario tecnologico.

