L’arte, si sa, non ammette le mezze misure: può trasmettere la felicità e l’entusiasmo di chi la produce, oppure le sue angosce e la sua sofferenza, ma non può trasmettere l’indifferenza o la noia, altrimenti non è vera arte. L’importante è che gli artisti sappiano conferire alle loro pulsioni individuali un valore universale che le trascenda. Così hanno fatto, sul versante drammatico, sommi geni come Pontormo, Caravaggio, Munch e sul versante della gioia geni non meno sommi come Raffaello, Renoir o Mirò. Fausto Roma appartiene indubbiamente alla categoria di quegli artisti che con la propria opera sanno trasmettere felicità e già questo non è poco e non vuol dire che la sua produzione sia superficiale o aproblematica; vuol dire piuttosto che conflitti, drammi, tensioni, latenti in ogni autentica testimonianza artistica sono sublimati in un coerente discorso poetico in cui la speranza prevale alfine sul pessimismo, l’entusiasmo sulla rassegnazione. E di entusiasmo il Nostro deve averne avuto e deve averne ancora tanto dal momento che egli ha saputo ottenere riconoscimenti ormai a livello internazionale senza allontanarsi mai dal suo piccolo paese natio, Ceccano. E se Maometto, visto che la montagna non andava da lui è andato poi lui dalla montagna, Fausto Roma, pur di non spostarsi, la montagna, anzi le montagne, se le è create a suo uso e consumo, o forse sarebbe meglio dire le ha ricreate, perché le montagne vere, quelle della Ciociaria, hanno fatto quasi da culla alla sua crescita artistica.
Di artisti nati in piccoli centri e a questi centri rimasti legati anche dopo essere divenuti famosi vi sono numerosissimi esempi, primo fra tutti quello di Umberto Mastroianni, sempre per rimanere nella terra ciociara; ma si tratta pur sempre di artisti che la fama se lo sono conquistata recandosi fin da giovani nei grandi centri, mentre assai più raro è il caso di coloro che si sono affermati facendo dell’essere “provinciali” una delle ragioni stesse della propria poetica e Fausto Roma appartiene a questa ristretta categoria, il che va senz’altro a suo merito. Difficile è poi stabilire se egli sia più scultore che pittore, o piuttosto ancora orafo, artigiano, poeta, narratore, antropologo, dato che le sue pitture sono spesso multidimensionali come statue e le sue statue colorate come pitture; i suoi gioielli sono in realtà statue in miniatura e le sue statue gioielli in scala gigante. Quella di Fausto Roma è comunque una ricerca che pur nella sua evoluzione ha mantenuto una sotterranea coerenza, al di là anche di certe apparenze. Così, dalle iniziali e coraggiose esperienze di arte povera degli anni Settanta, accolte con comprensibile scetticismo in una realtà conservatrice come quella della provincia di Frosinone, dove, come si diceva, il Nostro ha voluto testardamente esordire, egli passa all’inizio del decennio successivo ad una produzione pittorica di grande suggestione e che si ispira senza reticenze all’espressionismo astratto americano, quello di Morris Louis,Willem de Kooning, Sam Francis, rivisitato però in una chiave personale che ancora una volta trae dalla propria terra l’intima ispirazione, se è vero, come lo stesso artista mi ha raccontato, che dalle apparentemente casuali colature di colore sulle tele egli vedeva poi comunque affiorare le montagne della sua Ciociaria.
Il punto di arrivo di questa fase può considerarsi la mostra tenuta da Fausto Roma presso la Galleria romana del Canovaccio nella primavera dell’85 presentata da Daniele Majone con una breve e lusinghiera nota introduttiva di Giuseppe Bonaviri. Subito dopo l’artista ha ripreso certi elementi dell’arte povera, primo fra tutti quello del recupero di oggetti propri della civiltà contadina, senza per altro rinunciare alle proprie conquiste cromatiche ed espressive giungendo a creare una serie di oggetti, per lo più totem, di grande fascino e forza espressiva. Si tratta di una ricerca, questa posta sul crinale tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, che solo apparentemente può considerarsi debitrice del movimento della Transavanguardia, con cui Fausto Roma decisamente dichiara di non avere nulla a che fare e che se mai mantiene rapporti più stringenti con il movimento tedesco della “Neuen Wilden”, e, andando ancora più indietro, con l’espressionismo insieme lirico e drammatico di Kiefer, Baselitz o Lupertz. D’altra parte se Roma ha voluto risiedere sempre a Ceccano questo non vuol dire che egli non viaggi, non si documenti, non si aggiorni. La sua non è del resto solo una ricerca di tipo estetico, ma anche antropologico, filosofico, alla riscoperta di quei segni archetipici e primigeni che collegano, attraverso chissà quali percorsi sotterranei, gli Incas con i Celti, o gli Etruschi con i Vichinghi, solo per fare qualche nome a caso.
Gli elementi salienti della ricerca di questi anni confluiscono poi nella bella mostra Gli “Ori” della vita, tenuta nel 1995 nella natia Ceccano e presentata da Ada Lombardi. Si tratta di una esposizione tutta incentrata su <>, come spiega lo stesso Autore e che è in realtà una trappola per crostacei, fatta di vimini, la cui forma vagamente ricorda una cornucopia, ma che naturalmente diviene un simbolo o piuttosto metafora della stessa vita e dell’arte, come conferma in particolare il dittico che chiudeva la mostra, Pittori e Scultori, in cui Fausto Roma, come un moderno trovarobe, costruisce due grandi quadrati con al centro due Nasse, per l’appunto, e tutt’intorno un coloratissimo caleidoscopio di citazioni di quadri e sculture celebri, che nulla hanno a che spartire, però, con il coevo Citazionismo di quegli anni e piuttosto ricordano il bizzarro e allegro repertorio di immagini, oggetti, suoni, colori, parole che Ben ha assemblato in quella fantasmagorica casa-installazione ora esposta al MAMAC di Nizza. Ma già due anni dopo Fausto Roma imprime un ulteriore scarto alla sua opera con la bellissima installazione in legno, rame , ferro e terracotta Fratello sole, sorelle lune esposta a Sermoneta nel 1998 che dà inizio a una ricerca tutt’ora in corso e il cui approdo più significativo è stato per ora l’Albero della Pace eseguito in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Frosinone nel settembre del 2001 e che l’artista ha poi donato al capoluogo ciociaro. La grande statua, di dieci metri d’altezza, svetta ora in località Cavoni e costituisce sicuramente uno dei più pregevoli interventi di arredo urbano che il comune frusinate abbia realizzato negli ultimi decenni. Come opportunamente ricorda Massimo Bignardi nel volume che ha accompagnato questo evento, Fausto Roma si rifà qui al tema dell’animazione <>.
Ma se la musica di Calder e Melotti è in qualche misura una musica sottile ed insinuante, come un soffio di vento in un canneto, la musica di Fausto Roma è solenne e incalzante come una fuga di Bach o una cantata di Haendel. Il Nostro artista assembla gli elementi primari della capanna (e insieme della piramide), dell’albero e della croce in un’opera di grande impatto emotivo e sentimento religioso che evoca i temi eterni della morte e della resurrezione ma che è anche una metafora dell’arte che, come afferma il vescovo di Frosinone Salvatore Boccaccio <>.
Si diceva che la produzione attuale di Fausto Roma costituisce un ulteriore sviluppo delle ricerche del periodo appena citato, e questa mostra degli “Horti Sallustiani” ne è l’evidente testimonianza, ma il Nostro ha anche voluto riprendere e ripercorrere strade e sentieri dei periodi precedenti in una sorta di viaggio alla ricerca delle radici stesse della propria poetica e, direi, del proprio essere non solo artista ma uomo. E così il tema delle statue mobili e animate dall’interno da un proprio soffio vitale si salda con quello del recupero di materiali poveri (o all’opposto ricchissimi, come nei gioielli) e ancora con la reiterazione di segni archetipici che risalgono alle radici stesse della nostra civiltà. E a questo proposito bisogna notare come già nel 1981 Giuseppe Bonaviri, con profonda intuizione poetica ed un certo snobismo letterario definiva la ricerca di Fausto Roma come condotta “per fili anadipotici”, essendo l’anadiposi quella figura retorica per la quale si ripete la parola, o il gruppo di parole, su cui ci si vuole soffermare; e nel caso del nostro artista, ovviamente, la ripetizione di segni, o di gruppi di segni, attraverso i quali viene impaginato il proprio repertorio di immagini.
Si tratta di statue a volte ascetiche e filiformi e altre coloratissime e fiammeggianti ma sempre concepite nell’ottica di un dialogo costante con lo spettatore che deve divenire parte attiva del processo creativo dell’artista. Statue che sembrano pitture, dicevo, e pitture che sembrano statue, non solo per la loro polimatericità, ma anche perché in qualche misura mobili anch’esse, nel senso che spesso consistono nell’assemblaggio di pannelli che possono essere ammirati da soli o in combinazione con altri, in un caleidoscopio infinito di varianti dove ancora una volta lo spettatore può limitarsi a guardare o può anche assumere un ruolo attivo di ri-creatore dell’opera stessa.
E nel visitare lo studio del nostro artista zeppo fino all’inverosimile di opere di ogni dimensione e materia ma tutte trattate dall’autore con la stessa amorevole cura con cui si tratta l’ultimo figlio appena nato mi è venuto ancora una volta in mente quell’inesauribile “trovarobe “ dell’arte che è il Ben prima maniera e ho finalmente compreso che, anche al di là di evidenti differenze di tecniche e forme, la consonanza più profonda del Nostro è quella con il Nouveau Realism di Arman, César,Tinguely, dello stesso Ben, proprio nel legare la propria attività ad un “gesto” poetico che proclami l’autonomia espressiva dei frammenti del reale che l’artista ha assemblato in combinazioni che divengono appunto “altro” da quello per cui erano state all’origine concepite. E poco importa se Arman o César recuperano soprattutto rifiuti della civiltà industriale, pezzi di automobili o altri frammenti metallici e Fausto Roma recupera piuttosto reperti della civiltà contadina ovvero botti, rastrelli, anfore e così via.
La differenza è piuttosto un’altra ed è che gli esponenti del Nouveau Realism sono stati infine ingabbiati nei meccanismi di quella civiltà capitalistica di cui denunciavano gli eccessi per cui ormai le loro opere vengono riprodotte in serie come un qualsiasi oggetto di arredamento industriale. Roma ha invece mantenuto la purezza dell’antico artigiano, quasi del faber alchimista che dall’athanor sforna preziosi manufatti, ciascuno diverso, sia pure a volte per un minimo dettaglio, anche dal suo più vicino compagno. E l’ultimo di questi oggetti, quasi per miracolosa magia, volerà nello spazio: si tratta infatti di una leggerissima scultura-gioiello che il nostro astronauta Roberto Vettori porterà con sé nell’imminente missione, denominata Eneide, che lo vedrà viaggiare nella Soyuz partendo dal Cosmodromo di Baikonur: si tratta di una losanga percorsa da segni primigeni (dell’alfa e dell’omega) appena graffiati nell’oro e al cui interno viaggia una sfera antropomorfa che poi altri non è che il nostro pianeta a sua volta iscritto in un anello con tre piccoli brillanti dai colori, verde, bianco e rosso, della nostra bandiera. Sarà un’opera leggerissima, tanto da poter volare nello spazio e insieme pensatissima, tanto da recare in sé i simboli stessi dell’Universo. Un’opera che dimostra, come del resto l’intera produzione di Fausto Roma, la sostenibile leggerezza dell’arte.

