Claudio Strinati (2007)

Ho avuto l’occasione di seguire Fausto Roma già da tempo, anzi, ho avuto l’onore e il piacere di curare per lui la mostra a Roma nel 2005 presso gli Horti Sallustiani.

Tra l’altro quella mostra è stata molto importante per far conoscere ad un pubblico vasto un artista molto particolare, molto attivo e anche molto riservato, una doppia polarità. Lì nella mostra sono emersi i grandi temi della sua opera, su dimensioni però molto più contenute rispetto a quello che presentiamo oggi.

In effetti io stesso non potevo prevedere, o per lo meno non potevo immaginare che quel tipo di linguaggio elaborato dal maestro sarebbe sfociato in un lavoro come quello della Grande Parete.
Questa è in perfetta coerenza con quello che lui ha fatto fino ad oggi, però è anche in contrasto, non in contraddizione, nel senso che questa volta la dimensione è gigantesca, è proprio ciclopica.

In questo la parola ciclopica non è sbagliata perché è attinente alla storia in cui lui si è calato con questo lavoro, perché l’ispirazione sostanzialmente viene, come è sempre venuta a lui dall’ambiente che lo circonda, e in questo caso specifico dalle mura ciclopiche di Ferentino.

Un grande relitto gigantesco del passato, impressionante di una civiltà molto antica, da una parte molto vicina a noi e dall’altra molto lontana, molto difficile a comprendere.
Questo è un po’ il senso profondo, a me sembra, del discorso di Fausto Roma e di questo lavoro, in particolare della grande parete.

Lui in un certo senso ha nella mente l’idea del grande assemblaggio, cioè è un uomo dalla mente molto sottile, intellettuale e però anche dall’attenzione molto profonda al quotidiano e al suo quotidiano, cosa che lo rende poi un artista di grande respiro.

Non è un uomo che rifiuta le proprie origini e il proprio mondo, anzi tutto il contrario, ci vuole sprofondare dentro.
La sua idea di assemblare materiali della vita quotidiana, del lavoro, del lavoro rurale, qui diventa una trasfigurazione vera e propria. Raccoglie queste cose, ma non le raccoglie per fare un mucchio di materiali, ma per calarle dentro una struttura.
La cosa che ha sostenuto sempre il lavoro di Fausto Roma, a me sembra per lo meno, è la sua capacità di pensare strutturalmente, cioè la sua astrazione,che in un certo senso è fatta di concretezza, fatta materialmente di concretezza.
Si potrebbe sostenere che è un artista che tende ad astrarre nel senso che tende ad allontanarsi dalla riproduzione delle cose stesse e questo è abbastanza interessante, cioè la forma che costruisce nasce letteralmente dalla terra , da un lavoro contadino, da un lavoro ancestrale per costruire una forma che invece ha l’ambizione di essere universale e di poter essere capita sotto qualunque cielo e qualunque cultura.

La Grande Parete non è una chiusura, tutto al contrario, è una sorta di schermo che si può penetrare, è uno scudo, uno schermo che chiude lo spazio, è un gigante accogliente.

Questa dimensione etica, morale è sempre presente nel lavoro di Fausto Roma, motivo che me lo ha reso e me lo rende caro perché c’è in lui una tendenza molto forte alla costruzione della forma, della pura forma, ma questa tendenza è sempre legata ad un afflato morale, al desiderio di dare un messaggio, il termine è un po’ abusato, ma che in questo caso è giusto spendere, un messaggio di energia, un afflato che è sempre presente nelle sue opere ed in questa in modo particolare, con un senso appunto colossale della forma, però anche molto intima della comunicazione.

E’ un’opera singolare che può avere rapporti con altre opere di maestri contemporanei, ma che è molto tipica del suo stile ed è lecito pensare che possa avere un impatto molto forte sulla gente, su tutti, dall’intellettuale più sottile alla persona semplice che non sa nulla dei presupposti dell’opera e che tuttavia vi si trova di fronte come una specie di Epifania, usiamo una parola grossa, che però forse in questo caso è giustificata, una specie di miracolo della materia che ci si para davanti e che diventa forma artistica.

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