Claudio Massimo Strinati (2005)

Fausto Roma vive e lavora nella sua terra, il frusinate, ma, come artista vive e lavora un po’ in tutto il mondo.

Non è facile, di fronte alle sue opere, immaginare una precisa collocazione geografica di quelle immagini.

Vengono da civiltà remote e misteriose,traggono le loro origini da tradizioni lontane dalla cultura classica dell’Occidente, sono cariche di simboli ancestrali, sono opera di un personaggio che rifiuta il passato?

In effetti la mostra intende proprio ricostruire una parabola che dura già da parecchi anni, del tutto particolare nel panorama artistico del nostro Paese e che ha ben pochi termini di confronto anche altrove.

Evidente in Fausto Roma è la dimensione della struttura delle forme. Se per certi versi, è l’immagine emblematica del Totem a guidare le sue costruzioni visive, è anche vero che dentro il suo immaginario sembrano confluire le suggestioni più diverse e, soprattutto, le tradizioni più varie.

Fausto Roma è, nel contempo, un coltivato e raffinato uomo occidentale, ben edotto della storia delle forme, del concetto della variante continua, del criterio strutturale dell’opera d’arte, e selvaggio insofferente dell’Accademia, della regola, dell’ossequio al dato iconografico. E’ un artista che vuole essere libero e proprio l’assenza di costrizioni di qualunque genere sta a fondamento della sua arte.

Il suo approccio al mondo delle forme è quello di una fiducia assoluta e continuamente rinnovata, di un sostanziale ottimismo della creazione che rende l’opera d’arte come vollero gli antichi: bella, armoniosa, leggera, elegante, ma densa di contenuti, di allusioni, di memorie disseminate nel corso del tempo.

La sua idea dell’arte è nella facilità dell’eloquio e nella perfezione della forma. Tutto in lui è lieve e , insieme, costruito e, come gli antichi, il maestro è ideatore e costruttore dei simboli che mette in scena. Pur nutrito di cognizioni ben precise su chi lo ha preceduto, Fausto Roma non è, in effetti, debitore a nessuno nell’invenzione della immagine. Bene ha fatto Massimo Bignardi, nel presentare quattro anni fa il bellissimo Albero della Pace, a evocare i nomi di due sommi maestri di un recente passato e cioè Calder e Melotti. Ma più che di un influsso stilistico sembrerebbe giusto parlare di una sorta di sintonia di visione del fatto artistico in sé, visione che animò il lavoro di quegli scultori insigni e anima oggi, in un contesto sociale e culturale così profondamente mutato. Fausto Roma “Varca i confini di tutti i territori”, ha scritto di lui Antonio D’Avossa e si tratta di una chiave di lettura giusta e condivisibile. Oggi vediamo riunite insieme, in una mostra importante e impegnativa tante cose del maestro che attestano il livello di maturazione raggiunta, sul duplice versante della pittura e della scultura, dopo tante e mai ripetitive esperienze.

Vediamo, così, riuniti i suoi archetipi mentali, desunti, liberamente e acutamente, da tutte quelle tradizioni visive che, in diversi luoghi della terra e sotto cieli diversi, puntano tutte alla essenzialità del segno, a quei modelli iconografici che sembrano da un lato tanto ardui e complessi ma che, dall’altro, sono in effetti, comprensibili da tutti attraverso l’elementare dominio dell’intuizione.

Fausto Roma, nella sua creatività, punta molto sul momento intuitivo, che non significa affatto istinto imprecisato, ma, all’opposto, esito consapevole di un processo di depurazione dell’immagine, come se, alla fine di un tragitto complicato e intricato, l’artista avesse lasciato decantare una sottile quintessenza delle cose e su questa concentrasse tutta la sua attenzione e tutto il suo sentimento.

Questa mostra è una sorta di enciclopedia dei termini con cui il maestro si esprime. Quasi che Fausto Roma avesse voluto proporci una sua integrale ricostruzione di un mondo figurativo che vive a sé, a prescindere dalle cose della vita quotidiana, ma con un afflato di sentimenti e uno spirito di immaginazione che guidano il visitatore in una vera e propria perlustrazione di un universo fantastico, leggerissimo di aspetto e solidissimo di struttura.

Sembrerebbe che Fausto Roma abbia in mente il sogno di una sorta di “ uomo universale” che condivide idee e sentimenti analoghi, a qualunque tradizione appartenga. Un messaggio interessante che conferisce all’arte quella misura pacifica e eterna che, in ogni epoca, si è ritenuto possa spettare alla dimensione estetica più che a qualunque altra. La mostra ne è testimonianza notevole e ci restituisce l’immagine di un artista serio e consapevole che si manifesta a noi nella pienezza della sua maturità.

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