«Tutte le arti aspirano alla condizione della musica, perché la musica non è altro che forma» (Pater, 1873). Ecco, nell’arte di Fausto Roma la forma musicale prende corpo in un reticolo di linee che s’avvitano, nell’astrazione dei segni, nella festa di colori che tuttavia accompagna questi scabri esercizi intellettuali. Lì c’è cultura e natura, c’è il cielo e la terra, coniugati da un tratto di biro. C’è un linguaggio totemico che rimanda al primordio, che assorbe forme Incas, oppure dei Vichinghi, dei Celti, degli Etruschi. E c’è al contempo l’uso di fotografie satellitari, sicché il moderno irrompe nell’antico, e lo riscopre, e infine l’avvolge in un gioco di rombi e di spirali, di strisce e filamenti.
O almeno è questa la percezione che ne è rimasta a me, semplice spettatore senza patenti accademiche nella critica d’arte. Ma dopotutto davanti a una tela o una scultura puoi soltanto dire: è bella, non è bella. È la bellezza la sua giustificazione. Fausto Roma v’attinge in due modi. In primo luogo sottraendo, mirando all’essenzialità e alla leggerezza, come il Calvino delle Lezioni americane. In secondo luogo distanziandosi rispetto al suo obiettivo, sbirciandolo dall’alto o per traverso. Perciò in ultimo ci impartisce una lezione: occorre allontanarsi per vedere da vicino. Vale nell’arte, vale nella vita.
Michele Ainis

