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Le Terre del Caffè

Roma, Complesso del Vittoriano

Gipsoteca, Piazza dell’Ara Coeli, 1

16 aprile – 18 maggio 2014

COMUNICATO STAMPA

Il Complesso del Vittoriano ospita dal 16 aprile al 18 maggio 2014 la mostra “Le Terre del Caffè” di Fausto Roma. Promossa da Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma e Associazione Impegno Roma, l’esposizione è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando.

Curata da Claudio Strinati, “Le Terre del Caffè” nasce con l’obiettivo di ricostruire un percorso nel quale lo spazio stesso diventa parte integrante delle opere esposte, un viaggio intorno alla Terra vista dall’alto con gli occhi dall’artista, un immaginario giro del mondo sulla linea dell’Equatore attraverso le Terre da cui prendono origine i semi del caffè per riportare l’attenzione in maniera forte sul problema della “Terra”.

«Ciò che ha sostenuto sempre il lavoro di Fausto Roma è la capacità di pensare strutturalmente, cioè la sua astrazione, che in un certo senso è fatta di concretezza. In lui c’è una tendenza molto forte alla costruzione della forma, della pura forma, ma questa tendenza è sempre legata ad un afflato morale, al desiderio di dare un messaggio, un messaggio di energia, un afflato che è sempre presente nelle sue opere», scrive il curatore. «Tutto in lui è lieve e, ben costruito e, come gli antichi, il maestro è ideatore e costruttore dei simboli che mette in scena».

Il simbolo è al centro della sperimentazione artistica di Roma, fulcro di un linguaggio totemico che, mentre assorbe forme appartenenti agli Incas o alle radici etrusche, si proietta nel futuro mescolando alla manualità più tradizionale l’utilizzo di fotografie satellitari, in modo che il moderno irrompa nell’antico quasi circoscrivendolo in un gioco di linee, spirali e campiture cromatiche.

«Fausto Roma è innegabilmente un personaggio eccentrico nel paesaggio attuale delle arti in Italia. Sembra possedere un buon umore visivo che innegabilmente va contro tendenza. Ama il colore, e il segno che lo articola come se fosse una scrittura indecifrata. Sembra un narratore, di quelli curiosi apparsi da una sorta di magia arcana. Uno scrittore descrittore della propria pittura», così lo descrive Philippe Daverio, autore di uno dei testi critici in catalogo.

In questa personale Fausto Roma propone 29 acrilici su tela stampata, di grandi dimensioni, e una piccola scultura-gioiello, dalla quale è partito il percorso di Roma verso un’arte che “guarda dall’alto”.

La scultura-gioiello “Eneide”, testimonial della missione spaziale italo-russa “Eneide” da cui il gioiello ha preso il nome. Portata a bordo della navicella spaziale Soyuz 10s dell’astronauta Vittori - partita il 15 aprile 2005 dal Cosmodromo Russo di Baykonur - è una losanga percorsa da segni primigeni appena graffiati nell’oro La figura antropomorfa al centro, è l’Uomo: la testa è la Terra e le tre pietre smeraldo, brillante e rubino indicano l’Italia; il resto del corpo è intagliato nell’oro. Il diamante nero, incastonato nell’orbita, rappresenta la stazione orbitante.

La sua forma a mandorla rappresenta la vita, sulla cornice sono riportati i segni Alfa-Omega a simboleggiare l’Universo.

Le venti opere de “Le terre del Caffè”, che danno il nome alla mostra, sono ispirate alle sedici terre che vantano le condizioni climatiche adatte alla produzione dei semi, tra cui Kenya, Messico, Etiopia, Guatemala e Colombia. Dalle mappe di questi luoghi parte l’artista per scoprire strutture di città-civiltà nella pienezza di realtà del fantastico, da cui emergono archetipi e simboli che, dai primordi, continuano per tradizione ad essere associati alla produzione, all’esportazione, al consumo del caffè. In mostra anche otto acrilici del ciclo “Terra”, in cui gli ingrandimenti modulari a stampa di fotografie satellitari fungono da supporto, quasi da ordito, sul quale l’autore interviene con i tratti decisi e i colori squillanti degli acrilici. «Sulla città o su quel che di essa si percepisce nel gioco tra concavo e convesso delle riprese aeree, sulle fasce diversamente colorate dei terrazzamenti e dei coltivi e dei corsi d’acqua delle nostre terre, sul ritorno a materia preistorica e più ancora magmatica che la natura inaccessibile vista da un occhio lontanamente orbitante sembra suggerirci, ridistribuendosi in conglomerati astratti, si portano le coloriture che Fausto Roma come magicamente ritrova e conduce e ritaglia per memoria involontaria di stoffe andine, e le figurazioni etniche che gli vengono dal profondo e che egli favorisce sospinte dalle forze endogene dell’io e del nostro immaginario collettivo», come spiega Marcello Carlino parlando di Terra 2011 (in mostra), opera presentata da Fausto Roma alla 54° Biennale di Venezia – Padiglione Italia. Si tratta di un acrilico di quattro metri per tre, costituito da 48 tele quadrate, le cui linee di confine rappresentano i meridiani e i paralleli del mondo. Ma questo è un mondo immaginato, e immaginate sono le tracciature di questo territorio che non esiste se non nella fantasia dell’artista.

Catalogo: Skira

Complesso del Vittoriano

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 – 18.30; venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30

Ultimo ingresso: 45 minuti prima dell’orario di chiusura br
Per informazioni: tel. 06/6780664

Ufficio Stampa Comunicare Organizzando:

Paola Polidoro

tel. 06/3225380, fax 06/3224014

cell. 328/4116985

e-mail: p.polidoro@comunicareorganizzando.it


«Tutte le arti aspirano alla condizione della musica, perché la musica non è altro che forma» (Pater, 1873). Ecco, nell’arte di Fausto Roma la forma musicale prende corpo in un reticolo di linee che s’avvitano, nell’astrazione dei segni, nella festa di colori che tuttavia accompagna questi scabri esercizi intellettuali. Lì c’è cultura e natura, c’è il cielo e la terra, coniugati da un tratto di biro. C’è un linguaggio totemico che rimanda al primordio, che assorbe forme Incas, oppure dei Vichinghi, dei Celti, degli Etruschi. E c’è al contempo l’uso di fotografie satellitari, sicché il moderno irrompe nell’antico, e lo riscopre, e infine l’avvolge in un gioco di rombi e di spirali, di strisce e filamenti.

O almeno è questa la percezione che ne è rimasta a me, semplice spettatore senza patenti accademiche nella critica d’arte. Ma dopotutto davanti a una tela o una scultura puoi soltanto dire: è bella, non è bella. È la bellezza la sua giustificazione. Fausto Roma v’attinge in due modi. In primo luogo sottraendo, mirando all’essenzialità e alla leggerezza, come il Calvino delle Lezioni americane. In secondo luogo distanziandosi rispetto al suo obiettivo, sbirciandolo dall’alto o per traverso. Perciò in ultimo ci impartisce una lezione: occorre allontanarsi per vedere da vicino. Vale nell’arte, vale nella vita.

Michele Ainis

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